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CI RICORDEREMO ANCHE DELLE VITTIME DI MOSUL?

Mosul è una delle città più importanti dell’Iraq; divisa in due dal fiume Tigri, è anche diventata simbolo della guerra all’ISIS. Da mesi è teatro degli scontri tra l’esercito iracheno e le milizie dell’ISIS: la conquista della città da parte dell’esercito è, infatti, un passo fondamentale verso la ricomposizione dell’integrità territoriale irachena.

In gennaio, dopo oltre tre mesi di scontri dall’inizio delle operazioni militari, lo Stato islamico è stato cacciato verso dalla parte orientale della città, mentre l’offensiva per liberare la parte occidentale, cominciata a metà febbraio, è ancora in corso e si prevede proseguirà a lungo. Attualmente i miliziani sono di fatto bloccati nella città: l’esercito iracheno, infatti, ha preso il controllo della strada principale che collega Mosul a Tal Afar, a circa 80 km, accerchiando lo Stato Islamico che prosegue la sua battaglia facendo largo uso di civili come scudi umani, autobombe e tunnel sotterranei. La conseguenza è che la vita della popolazione risulta letteralmente divisa in due, come la città: a est del Tigri è iniziata la ricostruzione, ma alcuni miliziani restano nascosti tra i civili, con grande difficoltà da parte dei soldati nel distinguere gli uni dagli altri. Rimane alto il rischio di attentati, a cui si aggiunge la scarsità di acqua potabile, corrente, beni primari e medicine. Nella parte ovest, invece, meno estesa ma più popolata, sono ancora presenti migliaia di miliziani dell’ISIS e vivono tra le 650mila e le 750mila persone, più di quarantamila hanno lasciato le loro abitazioni per fuggire verso i campi profughi.

Sono circa 30mila i profughi che vivono nei campi di Hassansham e Khazer, a 35 km da Mosul. Dopo aver subito due anni di occupazione militare, la popolazione sopravvissuta presenta non solo ferite fisiche, ma anche psicologiche, diretta conseguenza delle violenze subite o a cui hanno assistito, dalle esecuzioni pubbliche ai combattimenti, vedendo morire amici e parenti. Ancora una volta, sono i civili che pagano il prezzo più alto, vessati e torturati durante l’occupazione, in cui molti di loro hanno visto decimati i loro affetti e distrutte o trasformate in prigioni le loro abitazioni, o ancora in balia della violenza dei miliziani. Chi è potuto fuggire vive in campi profughi difficili da organizzare e rifornire, chi è rimasto rischia quotidianamente la vita a causa di attacchi terroristici o bombardamenti delle forze alleate.

Come avevamo riportato su Target di Marzo, Emergency, in vista dell’intensificarsi delle operazioni militari e su richiesta del Dipartimento di Salute del Kurdistan Iracheno, ha dato il via a una vera e propria corsa contro il tempo per tornare all’ospedale di Erbil, nel Kurdistan Iracheno. Costruito nel 1998 per curare le vittime della guerra e delle mine antiuomo, dal 2005 l’ospedale era passato in gestione alle autorità locali. Negli ultimi due anni, a causa della crisi in Kurdistan, tuttavia, sono venute gradualmente meno le risorse: “Non ce la facciamo più” hanno detto gli operatori dall’Iraq. Dal momento che gli ospedali vicini alle aree abitate sono inaccessibili o mal funzionanti e molti feriti muoiono a causa dei tempi di trasferimento verso strutture più idonee, Emergency è tornata dunque a essere operativa presso l’ospedale, portandolo a più di 60 posti letto con tre sale operatorie, una zona per gestire le Mass Casualty e uno stock di farmaci in grado di trattare centinaia di feriti. Le notizie che ci giungono ci parlano di una situazione che vede i civili completamente intrappolati, con Daesh che non lascia possibilità di fuga dai bombardamenti continui: le trovate tutte nel Diario Iraq.

“Tra qualche anno, ci ricorderemo delle vittime di Mosul?” si chiede Giacomo, il coordinatore di Emergency in Iraq.

Vedi anche il video del reportage di Amedeo Ricucci e Simone Bianchi, realizzato per TV7, il settimanale del TG1.

 

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