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COLTIVIAMO L’UMANITÀ

Scrivere una newsletter mensile, da qualche tempo in qua, ci ha fatto rendere conto di come sia diventato molto simile ad aggiornare un bollettino di guerra: una guerra che è quotidiana e diffusa, tante sono le parti del mondo coinvolte. Una guerra che è iniqua, poiché va a colpire, nella stragrande maggioranza dei casi, civili inermi, spesso già provati dalla povertà e dalla scarsità di risorse economiche e non. Una guerra insensata e illogica, di cui spesso non si ricordano o conoscono nemmeno i motivi che l’hanno scatenata o che si sono via via succeduti e sostituiti per continuare a motivarla. Una guerra, soprattutto, di cui non si vede la fine e che è combattuta secondo modalità molto diverse dal passato: non più eserciti e militari gli uni contro gli altri, o non solo, ma fazioni definite in base all’appartenenza etnica o religiosa e nemici che diventano tali semplicemente in base alla prima o alla seconda, a priori.

Solo pochi giorni fa, a un mese dall’ultimo attentato a Parigi sugli Champs Elysees, l’Europa è stata di nuovo colpita: questa volta a Manchester, al termine di un concerto pop. Una serata di gioia, allegria, spensieratezza si è trasformata in un incubo fatto di sangue e morte.

A rendere il tutto ancora più drammatico, il fatto che siano stati colpiti soprattutto giovanissimi, preadolescenti e adolescenti accorsi a sentire una delle loro cantanti preferite, che sono passati dal cantare a squarciagola all’urlare per la paura e il terrore. Ventidue le vittime accertate, una sessantina i feriti, diversi i dispersi.

E, poche ore dopo, come prevede un macabro copione che ormai iniziamo a conoscere bene, la rivendicazione da parte dell’ISIS e un altro appello a colpire senza pietà gli infedeli.

Un altro passo di un copione che ormai sta diventando troppo conosciuto è stato l’alzarsi del coro di coloro i quali di nuovo hanno identificato Islam e terrorismo, in modo assoluto, senza né se né ma, invocando una volta di più chiusure di frontiere, espulsioni di massa, costruzioni di muri.

Tutto questo senza pensare che tra i feriti e i morti avrebbero potuto esserci ragazzini mussulmani, senza considerare che un kamikaze che si fa esplodere non si accerta del credo o della provenienza di chi gli sta attorno, senza domandarsi come un ragazzo cresciuto in Inghilterra dopo essere fuggito dalla Libia abbia potuto radicalizzarsi fino al punto di decidere di compiere una strage, senza interrogarsi di nuovo sul problema della mancata integrazione, del proselitismo, del fanatismo, come già accaduto in Francia e in Belgio.

E se in Europa la guerra è “a singhiozzo”, con attentati che si ripetono con una cadenza inquietante e un’imprevedibilità che lascia attoniti e ci fa sentire fragili e indifesi, in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria è una realtà quotidiana che non fa più notizia.

Ci sono generazioni di ventenni e trentenni, in Afghanistan e Iraq, che non hanno conosciuto un solo giorno di pace. Ci sono giovani in Libia che sono passati da un regime autoritario ma che garantiva una certa stabilità, al caos assoluto. Ci sono bambini in Siria che non hanno più casa e famiglia, che muoiono per mano di Assad, dei ribelli, dell’ISIS o dei “bombardamenti intelligenti”.

A una manciata d’ore dalla notizia delle giovani vittime di Manchester, ecco arrivare la notizia di altre vittime civili nella Siria Centrale, al confine con l’Iraq: un raid notturno compiuto dalla coalizione anti-ISIS ha causato un centinaio di vittime, di cui quasi la metà sono bambini e adolescenti sotto i 16 anni.

La loro unica colpa? Essere familiari di jihadisti, essere dalla parte sbagliata (ce n’è una giusta quando nemmeno la scegli tu?), nel posto sbagliato al momento sbagliato, come accaduto nel marzo scorso, quando un altro raid per colpire un deposito d’armi dello Stato Islamico, a Mosul, aveva ucciso 105 civili.

A Mosul restano migliaia di civili: le forze governative irachene premono affinché abbandonino il prima possibile le loro abitazione, servendosi di corridoi approntati prima dell’attacco finale ai jihadisti e la cui sicurezza dovrebbe essere garantita dalle forze armate, che metteranno a disposizione dei profughi guide, guardie e veicoli per mettersi in salvo. E poi di nuovo, in una sequenza senza fine, attentati a Kabul e ancora a Londra.

Riflettendo su tutto questo, sul terrore dei giovani di Manchester e sull’infanzia o adolescenza negata dei ragazzini siriani, in fuga verso non si sa che cosa, senza prospettive sicure, viene da domandarsi non solo che futuro, ma che presente stiamo offrendo a quelli che saranno gli adulti di domani e che stanno crescendo in un clima di paura, violenza, diffidenza, odio, diritti negati.

Le conseguenze di tutto questo, come li farà diventare, spaventano (o dovrebbero spaventare) come una bomba esplosa all’improvviso, come un colpo di kalashnikov, come un bombardamento piovuto dal cielo.

E allora, di fronte a tante vite innocenti spazzate via o duramente segnate, davanti all’immobilità della politica internazionale o al suo muoversi solo con finalità legate al potere, davanti all’odio fomentato, nutrito e coltivato per un pugno di voti, la risposta deve essere solo e soltanto una: il restare umani.

Coltivare quell’umanità che nella maledetta notte di Manchester ha spinto i senzatetto che stazionavano al di fuori dell’Arena a correre in soccorso dei feriti, di gente che forse qualche ora prima non li aveva degnati nemmeno di uno sguardo; l’umanità che ha fatto sì che tanti cittadini aprissero le loro porte a perfetti sconosciuti, senza chiedersi in che Dio credessero o quale fosse la loro origine, per accoglierli e dar loro riparo; quella che ha fatto guidare gratis tutta la notte centinaia di tassisti, per portare in salvo più persone possibili, accompagnarle in ospedale o a casa propria.

Coltiviamo diritti, coltiviamo il senso di uguaglianza, di appartenenza, di fratellanza: è l’unica via per contrastare la barbarie di cui tutti siamo vittime, che ci vorrebbe chiusi in casa o guardinghi verso chiunque sia diverso da noi per credo, cultura, tradizione, provenienza.

Coltiviamo l’umanità e facciamo sì che chi oggi è un bambino e un ragazzino non la perda e anzi la viva come una sorta di faro guida, anche quando è privato di tutto.

 

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