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COSA SAPPIAMO DAVVERO DELL’ISIS

ISIS è un acronimo che è entrato a far parte del nostro linguaggio quotidiano.
Lo troviamo negli articoli dei giornali, in tv, nei tg o nelle trasmissioni di approfondimento, on line sui social network, nei nostri discorsi di gente comune.

Ma cosa sappiamo davvero dell’ISIS, dello Stato Islamico? Come e nato e soprattutto perché, da chi è composto, quali sono i suoi obiettivi, da chi è sostenuto e finanziato?

Per quanto sembri paradossale, nonostante il gran parlare che se ne fa, pochi sanno con esattezza chi e cosa si celi dietro questa sigla che fa capolino nella nostra quotidianità.
Lo Stato Islamico è nato dalla fusione tra gli ex quadri sunniti dell’esercito di Saddam Hussein, giustiziato nel 2006, e i più radicali islamisti siriani a cui Bashar al Assad ha spalancato le porte delle prigioni, affinché l’Occidente avesse un nemico peggiore, più sanguinario e violento di cui occuparsi, che facesse apparire il dittatore siriano il minore dei mali, se non addirittura una sorta di garante di stabilità politica, specie considerando cosa è successo in Nord Africa con la caduta di Gheddafi e, più a sud, dello stesso Saddam Hussein.

L’ISIS ha un obiettivo spiccatamente politico, che nulla ha a che fare coi tremendi attentati coi quali sta terrorizzando l’Occidente e in modo particolare l’Europa: il suo fine ultimo, infatti era ed è quello di gettare le basi di un nuovo Stato, tra Iraq e Siria, che riunisca la minoranza sunnita irachena e i sunniti siriani, che costituiscono la maggioranza del popolo siriano governato oggi dalla famiglia Assad, sciita.

L’intento dell’ISIS era quello di creare un focolare attraverso cui i sunniti dei due Paesi riuscissero ad autogovernarsi, ma non potendo dare un’identità in cui nessuno oltre ai sunniti avrebbe trovato posto, ha optato per un comune denominatore costituito dal fanatismo religioso e dalla pulizia etnica perpetrata attraverso sanguinosi massacri, con la riduzione in schiavitù delle popolazioni sciite, curde o yazidi sopravvissute a violenze e torture.

Inizialmente un progetto tanto folle quanto lucido, aveva ottenuto un grande successo su più fronti: il regime siriano non aveva interesse a contrastare i combattenti dello Stato Islamico, preferendo conservare i suoi arsenali per reprimere un’insurrezione, spingendo le grandi potenze a schierarsi al suo fianco; molti sunniti, sia iracheni che siriani, hanno intravisto nell’ISIS la concreta possibilità di diventare padroni a casa loro; Turchia e Arabia Saudita hanno sostenuto economicamente e militarmente l’ISIS nella convinzione che ostacolasse l’espansione dell’Iran sciita in Siria.

Le grandi potenze, dal canto loro, si sono solamente preoccupate di non sbilanciarsi e farsi trascinare nel conflitto siriano, optando per il non intervento, con la sola eccezione della Francia.
Quello che ha cambiato le cose sono stati i ripetuti orrori compiuti dall’ISIS: le decapitazioni, le donne ritenute “empie” vendute come schiave, il massiccio reclutamento di fedeli alla causa jihadista in tutta Europa, disposti a immolarsi e trasformarsi in bombe umane.
Una tale barbarie e soprattutto lo shock di vedere colpite ripetutamente città europee, ha originato la nascita di una coalizione arabo-occidentale guidata dagli Stati Uniti, quegli stessi Stati Uniti che hanno destabilizzato Iraq e Afghanistan, dando il via a guerre che si trascinano da più di due decenni e le cui vittime sono principalmente le popolazioni civili, strette tra talebani, terroristi e truppe straniere.
Mentre l’Europa affronta l’emergenza terrorismo con la consapevolezza di non poter prevedere come, dove, quando e da chi sarà colpita, mentre le popolazioni irachene, afghane, siriane e libiche vengono quotidianamente massacrate e decimate, l’ISIS, seppur con lentezza, perde sempre più il controllo delle sue roccaforti o di città simbolo, considerate fondamentali dal punto di vista strategico.
Davanti a questa realtà, alla prospettiva del fallimento di un disegno politico basato sulla violenza, sul fanatismo e l’appartenenza etnica, quel che resta ai jihadisti è di indebolire fino a distruggere gli Stati europei attraverso il terrore: alimentando la paura, la chiusura e il rifiuto verso l’Islam, puntando a rafforzare l’identificazione tra il professare un dato culto e il sostenere il terrorismo che si basa sulla sua strumentalizzazione, si mira a voler provocare una reazione violenta da parte degli occidentali contro i loro stessi concittadini musulmani, per scatenare ulteriore caos a livello civile, sociale e politico.

E’ un piano ben concepito che tuttavia al momento non sta dando risultati: finché si opererà una netta distinzione tra musulmani e terroristi, finché non ci si farà prendere da reazioni dettate dalla pancia, finché non si cadrà nella trappola posta dalla propaganda strumentale che viene messa in atto da date forze politiche, continueremo a mantenere il controllo della situazione, a essere realmente i più forti, liberi e democratici oltre che sicuri, malgrado gli attacchi subiti e le vittime contate.
Perché la libertà si fonda sull’uguaglianza, sulla difesa dei diritti, sul riconoscere l’altro pari a noi benché diverso, non sul terrore, sulla violenza, sul rifiuto.

 

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