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DIRITTI DI NATALE

Il tema dell’immigrazione è diventato ormai da tempo qualcosa trattato quotidianamente, a volte per dovere di cronaca e con un approccio volto a informare e consapevolizzare, altre –purtroppo- finendo per essere distorto, manipolato e strumentalizzato a fini propagandistici.

La posizione geografica del nostro Paese ne fa il principale punto di approdo dei disperati tentativi di fuga via mare dai Paesi in guerra. Lo rende, inoltre, secondo quanto stabilito dal Trattato di Dublino, il primo “porto sicuro” in cui i profughi che arrivano devono essere collocati, regolarizzati e successivamente ridistribuiti. A causa di ciò, negli ultimi mesi, il dibattito sul dovere di prestare soccorso e mettere in salvo centinaia di disperati, recuperandoli sia a ridosso delle nostre coste che a poche centinaia di miglia da quelle nordafricane, si è fatto particolarmente acceso, coinvolgendo anche l’operato delle navi ONG che supportano la nostra Guardia Costiera.

In tutto questo, si inserisce, prepotentemente e drammaticamente, la questione dei naufragi: il conteggio dei morti in mare ci arriva preciso e asettico, le persone –recuperate o finite sul fondo del Mediterraneo- diventano numeri, statistiche. Si perde la percezione di un vero e proprio dramma umano, si perdono le storie dei singoli, l’individualità con il suo valore, la concezione di diritto alla vita e di dignità nella morte.

Taluni dicono, con una soddisfazione cieca, che bloccare le partenze, gli sbarchi, equivale ad avere meno morti in mare, ignorando (o fingendo di ignorare) che quei morti sono lontani dalle nostre coste, dalle nostre acque, dai nostri occhi, semplicemente perché rinchiusi in “centri di detenzione” che altro non sono se non luoghi di tortura, violenza, sopraffazione e, alla fine, per l’appunto, morte. Dovremmo ricordare loro che i respingimenti sono stati dichiarati “contro la legge” da una recentissima sentenza di un tribunale civile di Roma, la quale ha stabilito che I respingimenti sono illegali e chi li subisce ha diritto a vedersi risarcire il danno, ma soprattutto a presentare domanda di protezione internazionale in quel Paese”. Dovremmo ribadire che il diritto del mare e quello internazionale impongono di soccorrere naufraghi che si trovano in pericolo di vita, portarli nel più vicino porto sicuro: non farlo equivale a compiere omissione di soccorso e incorrere in un reato. Dovremmo ribadire, che aldilà di sentenze e leggi, la vita umana è unica, preziosa, va protetta e tutelata.

E mentre noi ci perdiamo in cronache  e dibattiti, ci si continua a mettere in mare, a tentare il tutto e per tutto per sfuggire alla violenza anche a rischio della morte, incappando spesso in essa, vedendola comunque come un’alternativa preferibile agli abusi, agli stupri, alle torture, all’essere massacrati mentre nessuno vede ma tutti sanno. In queste storie di vite perdute, di speranze perse, inghiottite da un mare buio e gelido, di esistenze che mai conosceremo e di cui spesso, tuttavia, riteniamo di sapere tutto e che giudichiamo senza remora, i diritti negati sono tanti, innumerevoli, e quello che colpisce –o dovrebbe colpire di più- è il diritto all’infanzia e alla vita negato ai più piccoli, a chi non ha colpa, né coscienza del bene o del male. Alcune storie di bambini sono tra le più sconvolgenti e dovrebbero farci fermare a riflettere per agire tutti in un’unica direzione: quella di porre fine a questa barbarie e reclamare il rispetto dei diritti umani, primo fra tutti quello alla vita.

Tre, su tutte e fra tante, meritano di essere citate come esempio e monito.

Il neonato che non ha mai visto la luce.
I soccorritori hanno ripescato il corpo della madre morta affogata: il piccolo è venuto alla luce probabilmente durante il naufragio o poco dopo, l’hanno ritrovato intrappolato nei leggings. E’ morto così, senza neanche essere sfiorato dal sole, dalla luce, senza poter respirare un istante. Riuscite a immaginare qualcosa di più straziante?

Il bambino con la pagella.
È stato trovato –morto- con la pagella cucita all’interno dei vestiti. Probabilmente la mamma, nell’intraprendere un viaggio tremendo con la speranza di offrirgli un futuro, voleva dare a “noi dell’Occidente” una prova concreta di quanto quel futuro lo meritasse. Mio figlio è bravo. Mio figlio studia e si impegna. Mio figlio ha buoni voti. Non possiede nulla, non posso dargli nulla, ma merita una possibilità.

La bambina salvata all’ultimo minuto.
Gli uomini della nostra Guardia Costiera avevano già ripescato cinque donne che non ce l’avevano fatta e stavano lottando contro il tempo per recuperare gli altri naufraghi finiti in acqua. Solo per un caso, un fortunatissimo caso, uno di loro ha sentito il suo pianto straziante, l’ha raggiunta a nuoto più in fretta che poteva e l’ha afferrata un attimo prima che finisse sott’acqua, complici anche i vestiti zuppi e pesanti. Ha nuotato fino alla barca usando solo le gambe, tenendola stretta a sé, portandola in salvo. Un miracolo compiuto da un uomo comune e di cui esiste un video che mette la pelle d’oca.

Sono solo tre storie, che si uniscono a centinaia di altre, alcune a lieto fine alcune no, ma tutte hanno un unico comune denominatore: sono la concreta dimostrazione della violazione del diritto alla vita, all’infanzia, al futuro.

Tra una decina di giorni sarà Natale. Le nostre case, calde e sicure nonostante la crisi che il Paese attraversa, sono probabilmente già addobbate: alberi colmi di lucine, presepi che raccontano una storia antica di persone che in una gelida notte si sono riunite, raccolte e inchinate attorno a una famiglia, a un bimbo, venuti da lontano, senza nulla, cacciati da tutti quelli a cui avevano chiesto aiuto. Una storia che parla di accoglienza, apertura, vita, omaggio ad essa. Forse avrete ricevuto le letterine di Natale dei vostri bimbi, con liste infinite di regali, scritti con una grafia incerta e piene di aspettative e in questi giorni starete facendo delle gran corse per cercare di soddisfare i loro desideri, assaporando il momento in cui con gli occhi brillanti vedranno i pacchetti e li scarteranno emozionati, ridendo. Pensate ai vostri piccoli, com’è giusto, ma pensate anche a quei bambini testimoni di indicibili violenze sui loro genitori, stretti a loro in barconi insicuri o fatti partire persino soli, affidati a estranei, pur di offrirgli una possibilità di vita, di futuro. Immaginateli in balia delle onde e poi inghiottiti da acque che non perdonano, o miracolosamente salvati e soli in un Paese straniero, spesso ostile, che li rifiuta o li vorrebbe rimandare, assieme ai più grandi, “a casa loro”, pur con la consapevolezza che questo significherebbe condannarli a morte certa. Sono come i vostri bimbi: innocenti, bisognosi di protezione, con occhi pieni di sogni, il diritto di essere spensierati, giocare, crescere, studiare.

È soprattutto a loro nome, che rappresentano il futuro di questo mondo a prescindere dal Paese da cui provengono, dal colore della loro pelle, dal Dio che gli è stato insegnato a pregare, che dobbiamo pretendere il rispetto dei diritti umani, la creazione di corridoi umanitari, politiche serie di accoglienza e integrazione.

Nessuno di loro potrà scriverlo in una letterina, anche perché questi sono “argomenti da grandi”, ma se potessero, è questo che ci chiederebbero.

Buon Natale.

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