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IL VALORE DELLA MEMORIA

Come ogni anno, si è celebrata il 27 gennaio la giornata della Memoria, istituzionalmente dedicata a quell’abominio che fu l’Olocausto e ai milioni di ebrei, zingari, disabili, omosessuali che furono prima perseguitati, poi deportati nei campi di concentramento e infine sterminati secondo un preciso, metodico e orrendo piano.

È difficile pensare che sia stata la mente umana a partorirlo e portarlo avanti, così come –ancor di più- si stenta a credere che se uno fu il folle ideatore della teoria della supremazia della razza ariana, centinaia, migliaia furono invece le persone che vi aderirono, dando sostegno a un dittatore e alle sue politiche xenofobe e persecutorie, rendendosi complici non per salvarsi, non per non venire a loro volta puniti, bensì per reale convinzione di essere nel giusto e perseguire un’ideale corretto sotto ogni punto di vista: morale, etico, sociale, economico.

Una pulizia etnica voluta da un dittatore, messa in atto dai suoi gerarchi, sostenuta da gente comune.

27 gennaio, giornata della Memoria: a ottant’anni esatti dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia, il Presidente della Repubblica Mattarella manda un messaggio chiaro e inequivocabile affermando che non è più tollerabile dire che il Fascismo ha avuto anche i suoi lati positivi, come non è più tollerabile definire meri errori la promulgazione di quelle leggi e il trascinare il Paese in guerra, assecondando la follia di Hitler.

Un messaggio reso ancor più forte dalla nomina a Senatrice a vita di Liliana Segre, deportata ragazzina in un lager, miracolosamente scampata alla prigionia e dedita da anni a tramandare alle giovani generazioni l’importanza della Memoria, raccontando cosa ha vissuto e come, cercando di far comprendere quale tragedia si sia consumata grazie alla complicità o all’indifferenza di molti e che queste due cose –complicità, attiva o omertosa, e indifferenza- sono tutt’oggi un pericolo esistente nella nostra società, atteggiamenti da combattere, contrastare e ripudiare quando questi portano a sostenere o negare un’ingiustizia, la violazione di un diritto, la negazione della dignità di un qualunque individuo.

Ma passata l’ondata emozionale legata alla ricorrenza, alle celebrazioni, alla presenza nelle vetrine dei negozi di libri che parlano dell’Olocausto o al passaggio in TV di film e documentari sul tema, cosa realmente resta della Memoria? Qual è il suo valore reale nel quotidiano? Cosa traiamo da essa, da quel che è stato, da una delle pagine più buie della storia dell’umanità e dal ripetere, anno dopo anno, “Mai più!”?

La storia, si dice, è –dovrebbe essere- maestra; il passato –ricordato o studiato- dovrebbe essere per noi una guida per non ripetere i medesimi errori, rivivere le stesse dannose dinamiche, che magari si presentano con protagonisti e vesti nuovi, ma secondo gli stessi meccanismi. Eppure, nonostante l’importanza che puntualmente si riconosce alla Giornata della Memoria e l’estendere il suo significato nella direzione di un monito da evitare, contrastare e condannare qualunque tipo di discriminazione, a prescindere da chi vada a colpire, se apriamo i giornali in questi giorni, se seguiamo la cronaca della politica o se, banalmente, ci soffermiamo ad ascoltare le chiacchiere della gente comune, possiamo percepire espressioni, toni, sentori e modi di ragionare che hanno molto in comune con quei sentimenti di diffidenza, crescente intolleranza e disprezzo che serpeggiavano nella società quando il Fascismo iniziò a prendere piede.

In questi giorni un noto esponente politico, durante una dichiarazione ufficiale, ha parlato di “razza bianca”, un’espressione che ha immediatamente –e fortunatamente- fatto scattare un campanello d’allarme e provocato biasimi e condanne da più parti. Si è parlato di “difesa della razza bianca”, e poco conta se in seguito si è cercato di minimizzare, spiegando che è stato un fraintendimento, che ci si voleva riferire piuttosto al voler difendere un modello culturale –quello occidentale- da preservare e difendere dal pericolo di involuzioni ad opera di chi occidentale non è.

L’episodio in sé forse non avrebbe destato preoccupazione se non fosse accompagnato da molti altri di stampo simile: l’incursione di un gruppo di giovani di estrema destra nella sede di un’associazione pro-migranti comasca, una marcia fascista organizzata nella Capitale, diversi pestaggi a danni di extra-comunitari colpevoli solo di essere tali, la negazione di posti di lavoro a giovani di colore per non “infastidire” la clientela, le minacce a un comico per aver fatto una battuta –forse mal riuscita, forse fuori luogo, forse inopportuna e sicuramente malintesa- quando fino a l’altro ieri si era tutti  Charlie Hebdo e si difendeva strenuamente la libertà di espressione e di satira, anche quando bieca, meschina e volgare, più perché a minacciarla era il fanatismo religioso che per reale interesse al non porle limiti o a condannare un atto di violenza.

Cosa sta succedendo al nostro Paese? Passiamo dal “mea culpa” quando il calendario segna il 27 gennaio, condannando senza appello la xenofobia folle e assassina, al pensarci come appartenenti a una razza e a una cultura superiore in tutto e per tutto e da difendere con ogni mezzo, cercando col lanternino differenze, diversità e portando alla luce sempre e solo quelle di carattere negativo e mai quelle positive, arricchenti, che se valorizzate porterebbero a quel vivace multiculturalismo tipico di città come Londra o Barcellona, cui guardiamo sempre con interesse, considerandole piene di vita, di opportunità, di libertà.

Soprattutto ci sarebbe da chiedersi cosa c’è davvero sotto il fomentare continuamente la paura, la diffidenza verso quel che non si conosce ed è diverso. Varrebbe la pena di prendere in considerazione che veicolare l’attenzione, la rabbia e lo scontento sociale –legittimi, visti il non facile periodo storico- su un presunto colpevole è molto più semplice che dover trovare soluzioni reali e concrete alle tante problematiche del Paese.

Convogliare nel debole, nel diverso, nell’estraneo la causa di tutti i mali e farlo divenire il pericolo da cui difendersi per avere una società migliore, con più rosee prospettive economiche, maggior sicurezza e agiatezza è esattamente ciò che il Fascismo ha fatto ottant’anni fa, non portando con sé reali soluzioni a un Paese provato dalla prima guerra mondiale e che è stato anzi trascinato in un secondo conflitto e lasciato poi in macerie.

Il passato, il nostro passato –se proprio siamo così miopi da non vedere quello di altri Paesi- non ci ha dunque insegnato nulla? Non sappiamo riconoscere quelle dinamiche perverse che ci hanno portato verso una pagina di storia che condanniamo, ma che oggi non sembra così lontana dal ripetersi? Non abbiamo, nonostante quel che è successo e che se si ignorava allora ora è a conoscenza di tutti, gli anticorpi necessari per respingerlo?

Parrebbe proprio di no.

Nessuno nega i problemi sociali che affliggono tanto i piccoli centri che le grandi città, il malcontento della gente, la scarsità di lavoro, prospettive e stabilità, la mancanza di sicurezza e la malgestione di quello che viene definito fenomeno se non addirittura emergenza, ossia l’afflusso di migranti nel nostro Paese senza che vi siano strutture adeguate, un valido percorso di accoglienza e integrazione. Nessuno nega che una situazione del genere è simile a una bomba a orologeria ed una convivenza serena e reciprocamente rispettosa sia spesso solo un’utopia.

Ma siamo certi che la colpa sia totalmente di chi arriva? Non dovremmo avere la pretesa che la classe politica, a tutti i livelli, sia in grado di affrontare e gestire la situazione, garantendo a tutti, indistintamente, diritti e doveri ed evitando, al contrario, il pericolo sempre più concreto di una guerra civile?

Non dovremmo pretendere altri toni nel linguaggio, altri modi nei comportamenti e, qualunque sia il colore politico di appartenenza, una condanna ferma e decisa verso ogni atto discriminatorio, senza classifiche, senza distinzioni?

Ricordare quel che è stato non solo in occasione di una ricorrenza, ma ogni giorno, nel quotidiano, di fronte a ogni fatto che possa anche lontanamente ricordarci ciò che l’indifferenza, l’accanimento, un’ideologia folle fondata sul nulla hanno provocato e per cui non esitiamo a provare orrore e biasimo, dovrebbe aiutarci, oggi più che mai, a non vedere in chi è più debole di noi un nemico, un colpevole a priori, affinché il ripetuto “mai più” diventi un “non di nuovo”.

 

 

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