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L’UMANITÀ, IL NOSTRO BENE PIÙ PREZIOSO

Il 2017 si è aperto con l’attenzione pubblica rivolta principalmente a due argomenti: terrorismo e migranti, con un pericoloso quanto frequente accostamento fra le due questioni. Sempre più diffuso, infatti, è l’automatismo secondo il quale tutti i migranti sono irregolari e clandestini e, in quanto tali, potenziali terroristi o, nella migliore delle ipotesi, delinquenti che porteranno a un aumento dei problemi relativi all’illegalità e alla sicurezza nel nostro Paese.

Ci stiamo abituando a quest’equazione, fortemente sostenuta da alcune forze politiche che la usano per raccogliere consensi, noncuranti del fatto che disseminano una crescente disinformazione, alimentando altresì l’intolleranza, il pregiudizio, l’esasperazione, dirottando il malcontento e il malessere generale su un determinato gruppo di persone, indistintamente, rendendole causa di tutti i mali del nostro Paese, dalla mancanza di lavoro e risorse, all’aumento della criminalità.

Così come, del resto, ci stiamo abituando a parlare di queste persone scordandoci quasi che lo sono: da esseri umani, individui, titolari di diritti, vengono declassati a problema da scaricare, emergenza da gestire alla bella e meglio, senza consapevolezza e progettualità e, soprattutto, considerandole una sorta di “corpo estraneo” alla nostra società, da tenere ai margini, trattare diversamente, senza comprendere che proprio l’esclusione e la ghettizzazione sono terreno fertile per la nascita e la crescita di proselitismi, fanatismi, ideologie, strumentalizzazioni di ogni sorta, a partire da quella che trasforma un credo religioso in uno strumento di morte e distruzione.

Poco dopo la cattura e l’istantanea uccisione di Amri, il terrorista autore della strage di Berlino, si è diffusa la notizia che era stato ben quattro anni in un carcere italiano e, una volta uscito, era stato emesso a suo carico un mandato di espulsione mai attuato a causa del rifiuto delle autorità tunisine a provvedere al rimpatrio, in quanto non lo riconoscevano come loro cittadino. Una tale assurdità ha portato a chiedersi quale sia l’effettiva validità delle procedure di controllo e ll’efficacia degli accordi con i Paesi Extra CEE in caso di espulsione. Subito dopo il Ministro degli Interni ha provveduto a dichiarare che occorreva ripristinare i CIE – i Centri di Identificazione e Espulsione- e fare in modo che ogni regione ne avesse uno.

Nessuno si è chiesto –non i nostri politici, non l’opinione pubblica- se questa soluzione fosse realmente la più consona per stabilire lo status dei migranti e, di conseguenza, la loro sorte. Nessuno ha obiettato che non è certo il moltiplicarsi di strutture che di per sé non funzionano a garantire una maggior sicurezza: numeri alla mano, infatti, è dimostrabile che nel corso nel 2016 sono altre le istituzioni che hanno provveduto con maggior celerità all’identificazione degli stranieri arrivati in Italia, sebbene le procedure continuino a restare lunghe e macchinose, trascinandosi talvolta per anni e –di fatto- bloccando nel nostro territorio persone che molto spesso vorrebbero andare altrove.

Così come del resto nessuno o quasi si interroga e riflette su come la gestione dei migranti, da fenomeno prevedibile si sia via via trasformato in un’emergenza causata non tanto dal numero di persone arrivate –siamo tra i Paesi europei che ne ospitano meno, in rapporto alla popolazione nazionale, dato ignorato dai più- ma dalla disorganizzazione imperante, dalla mancanza di un vero piano di accoglienza e integrazione, cui si aggiungono l’enorme spreco di denaro pubblico sul quale sembra non vigilare nessuno e il malaffare che ruota attorno ai così detti Centri di accoglienza, che di accogliente spesso non hanno nulla.

La legge –oltre che il buon senso- vorrebbe che i migranti fossero raccolti in centri che, percependo un compenso per ogni ospite, dovrebbero garantire condizioni di vita dignitose, assistenza nel disbrigo delle pratiche burocratiche volte alla regolarizzazione, attività di integrazione nel tessuto sociale.

Tutto questo è più l’eccezione che la regola, nonostante i fondi elargiti e puntualmente percepiti.

I Centri di accoglienza diventano spesso ghetti collocati in zone periferiche delle città già provate da altre problematiche, le condizioni igienico-sanitarie sono di frequente al limite a causa del sovraffollamento, manca personale che segua tutto l’iter amministrativo o che si preoccupi di dare concretezza alla parola accoglienza, lasciando queste persone a se stesse per gran parte del tempo.

In una  situazione simile, è quasi matematico che la criminalità trovi spazio –che sia attraverso lo sfruttamento rappresentato dal fenomeno del caporalato o il “reclutamento” per attività di spaccio o ruberie- così come trovano la porta aperta il proselitismo e il fanatismo, volti a fornire nuovi combattenti pronti a immolarsi per la jihad, la guerra santa di questo secolo, o capaci di trasformare chiunque in una scheggia impazzita convinta di dare un senso alla propria esistenza uccidendo altri esseri umani, a costo della propria vita.

È altrettanto prevedibile che condizioni di vita affatto dignitose e mancanza di prospettive o informazioni circa il proprio destino portino alla lunga a un’esasperazione che esplode con violenza contro gli operatori medici, i volontari, le forze dell’ordine e le istituzioni, senza distinzione, come successo di recente.

Accoglienza, integrazione e garanzia dei diritti fondamentali sono, oggi, concetti che provocano insofferenza in gran parte del popolo italiano: si è creata e alimentata l’idea che questo significhi mancanza di regole, impunità, vantaggi economici a discapito di altri, pericolo crescente dato dalla presenza di un qualcosa percepito come diverso, estraneo, dannoso e, quindi, nemico. Occorrerebbe invece comprendere che è la tutela dei diritti –il cui rovescio della medaglia altro non è se non la spiegazione e l’imposizione di doveri- oltre al coltivare un senso di comune appartenenza e di reciproco rispetto, la via maestra per evitare quello che sempre più di frequente viene definita come uno scontro tra civiltà. Non è sufficiente dare un letto e un pasto caldo a qualcuno perché automaticamente costui provi gratitudine, taccia di fronte a ogni sopruso e ingiustizia, si senta parte integrante della società e, di conseguenza, si astenga dal danneggiarla, attraverso la criminalità o la violenza, fino a desiderarne persino la distruzione, con atti terroristici.

È un concetto semplice quanto distante dall’odierno sentire: se io mi vedo e mi sento riconosciuto come membro di un contesto sociale, come un cittadino o potenziale tale, tutelato, rispettato nel mio essere individuo alla legittima ricerca di una prospettiva di vita migliore, se non avrò chi mi sbraiterà dietro un rabbioso: ”Torna a casa tua!” ignorando magari che la mia casa non esiste più anche per le scelte politiche dell’Occidente, difficilmente desidererò o sarò disposto a danneggiare, colpire, distruggere quel contesto che può darmi una seconda opportunità, che mi consente di avere un’esistenza dignitosa. Anzi, tutt’al più cercherò, anche solo per mero interesse personale, di preservarlo, contribuire al suo miglioramento, alla sua stabilità e sicurezza.

Sono in corso diverse guerre nel mondo, ufficiali e ufficiose. Una ce l’abbiano in casa, ed è tra le più subdole. È la guerra tra poveri che è stata abilmente orchestrata ed è quotidianamente fomentata e ci sta portando via il nostro bene più prezioso: l’umanità. Quell’umanità che ci porterebbe a riconoscere nell’altro –seppur diverso per origini, credo, storia- un nostro simile da rispettare e supportare, quell’umanità che tutti, indistintamente, stiamo perdendo: che sia sparando sulla folla a caso, lanciandoci con un camion su di essa o ascoltando con fastidio e noia la giornaliera conta dei morti inghiottiti dal Mediterraneo, augurandoci se ne stiano a casa loro, sotto le bombe o perseguitati, ma comunque lontano dai nostri occhi.

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