da840e472e3b2588aa307c6ea7439b10-khyb-u43360202736959dpf-1224x916corriere-web-sezioni-593x443

Sbarchi e Libia: sappiamo tutto?

Nell’immagine: il centro detenzione migranti di Zawiya, a 30 km da Tripoli

Nell’arco di un’estate siamo passati dalla cronaca quotidiana degli sbarchi, alle accuse di collusione con la criminalità rivolta alle Ong fino ad arrivare a quella sorta di aut aut che è stato il Codice Minniti.

Un vorticoso succedersi di eventi, seguito dalle immancabili polemiche, che ci ha portato a un silenzio pressoché totale sulle condizioni e la sorte dei migranti, come se, diminuiti –per qualcuno addirittura cessati- gli sbarchi in Italia e ottenuto il forzato dietro-front delle Ong che si sono trovate a operare senza che fosse più garantita la sicurezza del loro personale, il problema immigrazione fosse stato definitivamente risolto.

Ma cosa sta succedendo davvero?
Secondo fonti ufficiali, gli sbarchi nel luglio 2017 sono inferiori del 57% rispetto allo stesso periodo del 2016.
Cosa ne è stato di tutte quelle persone che cercavano di raggiungere le nostre coste? Dove si trovano? Quali sono le loro condizioni attuali?

Bloccati in Libia non ci sono soltanto coloro i quali sono stati catturati mentre erano già in mare, ma anche chi si accampa in prossimità delle spiagge in attesa di riuscire a trovare un barcone con cui partire: si tratta di quasi 100.000 persone provenienti da Ciad, Sudan, Nigeria, Mali ed Eritrea, cui si aggiungono infine tutti quelli in arrivo dai confini meridionali e che percorrono 1.000 chilometri di deserto per cercare di raggiungere le coste e imbarcarsi.
Si stima che da giugno la Guardia Costiera Libica abbia catturato e riportato sulla costa, attraverso l’uso di motovedette (quattro delle quali fornite dall’Italia), circa 14.500 persone, catturate perlopiù durante pattugliamenti notturni delle acque territoriali.
Dopo la cattura, avviene il trasferimento in campi di transito per il riconoscimento e infine in campi permanenti in cui non mancano i soprusi, le violenze, gli stupri e la violazione dei diritti umani è normale.
Il governo italiano ha stipulato una serie di accordi con diversi sindaci e leader locali di territori inclusi nelle rotte migratorie, come i sindaci di Sabratha, Zuwara, Bani Walid, Sebha, Ghat, centri fondamentali su cui lo stesso governo di Tripoli ha una scarsa influenza.
Il campo di azione, quindi, si è spostato dal mare, dove sono diminuiti gli scontri tra scafisti e motovedette libiche, alle spiagge -dove sono presenti unità armate- e all’entroterra.
Questi corpi armati sparsi soprattutto tra Sabratha e altri punti della costa occidentale libica sono conosciuti come “Brigata 48” e costituiscono il vero terrore dei migranti, che dopo mesi di sofferenza e patimenti lungo le rotte migratorie per spostarsi dalle loro terre d’origine alla Libia, vengono bloccati e rinchiusi in campi di detenzione.
Secondo quanto riportato da alcuni corrispondenti dell’agenzia Reuters, quelli che fino a ieri erano scafisti e trafficanti di esseri umani ora sono diventati parte di questo gruppo armato composto da miliziani, militari e agenti di vario tipo e avente l’obiettivo di impedire con qualunque mezzo ai migranti di imbarcarsi per l’Italia.
Del resto, non è complesso identificare e fermare coloro che hanno l’intenzione di tentare la fuga: i migranti si concentrano in capanne e casupole a ridosso della costa, la mattina si affollano lungo le strade in cerca di lavori giornalieri per riuscire a racimolare i circa 1.000 euro richiesti dagli scafisti per la traversata.
Sembra che a promuovere questa attività di “pattugliamento” sia stato un ex capo mafioso in precedenza coinvolto con le attività degli scafisti, impegnato ora, al contrario, a organizzare centri di detenzione per i migranti respinti o bloccati sulla terra ferma.
Il perché di un simile cambiamento è presto detto: prima si guadagnava attraverso il business dell’emigrazione, collaborando con i guardiacoste e le autorità facenti capo al governo di Fajez Sarraj, prendendo parte a un’attività criminale che portava guadagni quasi pari all’indotto generato dall’esportazioni di gas e petrolio; oggi il profitto viene invece dai finanziamenti italiani e dell’Unione Europea promessi in cambio di questa attività di blocco.
Nessun commento ufficiale né dalle autorità di Tripoli né dall’ambasciata italiana in merito.
Ciò che è chiaro, tuttavia, è che la questione migratoria, lungi dall’essere affrontata in sede europea e internazionale attraverso un intervento compatto, una politica coesa e a lungo termine, fatta di interventi strutturati aventi come obiettivo la creazione di canali di fuga sicuri e legali, oltre a efficaci piani di accoglienza, distribuzione e integrazione delle persone, è stata una volta di più affrontata in maniera sbrigativa e superficiale.
Si spendono milioni di euro l’anno per accogliere i migranti senza tuttavia prevedere un reale programma che consenta di sbrigare rapidamente tutti gli iter burocratici, collocarli in strutture idonee e adeguatamente gestite che li aiutino a inserirsi nella società, diventandone parte attiva, utile e produttiva.
Si mettono le Ong –che in questi anni hanno salvato migliaia di vita sopperendo alla mancanza di intervento dei governi- in condizione di non operare e, apice della vergogna, si stringono patti e alleanze con un governo dittatore e con criminali che fino a qualche mese fa guadagnavano cifre folli grazie alla partenza di barconi, e oggi hanno la stessa opportunità bloccandoli.

Dalle nostre tv, dai nostri giornali, dai nostri sguardi di civili occidentali terrorizzati dalla così detta “invasione” (che non è mai stata realmente tale) sono sparite le immagini di gommoni carichi di centinaia di disperati o di corpi galleggianti inermi prima di finire sul fondo del Mediterraneo. Non si parla più di “stragi del mare” e si è arrestata la conta dei morti affogati.
Ed ecco che ci sentiamo un po’ più sicuri, un po’ più sereni, persino anche soddisfatti.
La verità invece, dovrebbe lasciare le nostre coscienze e la nostra morale affatto tranquille: stiamo pagando affinché dei militari, in combutta con dei criminali, catturino e arrestino degli esseri umani e li tengano segregati in veri e propri campi di prigionia, sottoponendoli a torture e violenze di ogni tipo, in attesa di decidere cosa farne e quando.
Che vengano rimpatriati –spesso tramite l’intervento di Ong che garantiscono un viaggio sicuro e protetto- e rimandati ai luoghi da dove sono fuggiti, il che significa far ritorno a una realtà fatta di guerra, povertà e persecuzioni, o che vengano trattenuti in questi campi per mesi, anni, senza prospettive, sono condannati.
Migliaia di individui in fuga, governi che decidono dove possono andare e dove no, la situazione gestita con violenza e armi, la reclusione in campi…tutto questo non dovrebbe ricordarci qualcosa? Una delle pagine più buie della storia dell’uomo, neanche troppo lontana nel tempo?
E sono condannati da noi, dalla nostra ipocrisia, dall’incapacità dei nostri governi, dalla nostra logica secondo cui tutto ciò che è lontano dai nostri occhi, non esiste, non è un problema, non ci riguarda.
Neghiamo l’innegabile per non farcene carico, per non ammettere che la società civile, evoluta e progredita cui riteniamo di appartenere ha fallito, di nuovo, nonostante si era detto e ancora ci diciamo “Mai più”.

Leave a Comment