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TARGET 111/2018: L’AFGHANISTAN … DA VICINO

L’AFGHANISTAN … DA VICINO

Questo mese parliamo di Afghanistan. E lo facciamo perché un volontario del nostro gruppo ci è stato, ha lavorato nei nostri ospedali a Kabul, Lashkar-gah e Anabah ed è tornato da poco. Noi volontari sappiamo che, nella maggioranza dei casi, il nostro compito non consiste nel recarci negli ospedali o nei centri sanitari che Emergency ha creato in Afghanistan, Sierra Leone, Sudan, Repubblica Centrafricana e Italia: diciamo che noi operiamo un po’ nelle retroguardie, contribuendo a sostenere tutte queste strutture. Ci fa quindi sempre molto piacere ascoltare da chi ha visto “dal vivo” tutto quello di cui solitamente sentiamo solo parlare o vediamo in fotografia e condividere anche con voi che ci leggete questa esperienza.

Riguardo all’Afghanistan, si deve ammettere che in questi anni abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto, per cui la prima domanda sorge un po’ spontanea: com’è realmente la situazione laggiù?

Comincerei con il dire che l’Afghanistan è un paese affascinante, in alcuni luoghi talmente bello da lasciar senza fiato. È anche per questo che fino all’inizio degli anni settanta è stato meta turistica di tantissimi occidentali. Oggi, dopo quasi 50 anni di conflitti, è un paese devastato, dove forse la distruzione strutturale è la cosa che colpisce meno. Sia chiaro: vedere strade, case e quant’altro fatto a pezzi o irrimediabilmente compromesso colpisce e anche tanto, ma la cosa che più sconvolge è come il paese sia devastato nella sua complessità, come le persone siano colpite nel loro quotidiano, nel loro carattere e nel loro approccio alla vita. Armi e persone armate in ogni dove, posti di blocco ovunque, la consapevolezza che sotto ogni burka o dentro ogni auto potrebbe esserci un potenziale attentatore disposto a farsi esplodere, che ogni giorno potrebbe essere anche l’ultimo. È l’imbruttimento delle persone la cosa che rende il futuro di questo paese incerto, quasi segnato: oggi è quasi un tutti contro tutti. Si cerca di vivere una parvenza di normalità perché bisogna farlo. Dove si può si lavora e si va a scuola, si coltiva e si pascola il gregge, si va al mercato e si cerca di pensare al futuro. Sapendo però che tutto è precario e che un proiettile, una mina, una scheggia o il trovarsi per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato possono sconvolgere irrimediabilmente qualsiasi tentativo di “vivere”.

Hai potuto portare il tuo contributo in tutti e tre gli ospedali di Emergency: ci puoi descrivere le tre realtà che hai incontrato?

Vedere i nostri 3 ospedali è come andare in 3 paesi diversi senza lasciare l’Afghanistan: costumi, etnie, lingue e dialetti diversi. In alcuni posti sembra di essere in un moderno medioevo: il calendario afghano è oltre 600 anni indietro rispetto al nostro e questa distanza si sente tutta.  Tutti e tre hanno un comune denominatore, sono contestualizzati al territorio e alle sue necessità senza tralasciare mai l’approccio che Emergency vuole nei suoi progetti. Gratuità, cure di qualità per tutti senza nessun tipo di distinzione, formazione dello staff locale e grande attenzione alla ricostruzione di rapporti umani attraverso giardini curati e servizi efficienti. Quelli di Kabul e Lashkar-gah sono ospedali dove si fa solo chirurgia di guerra, si ammettono solo pazienti con ferite da proiettile, schegge, mine o armi da taglio; ad Anabah invece i criteri di ammissione sono, oltre che ai feriti da guerra, allargati alla medicina generale ed elettiva. Qui c’è poi la maternità che fa storia a sé.

Io ho dato il mio contributo affiancando lo staff della maintenance, soprattutto a Kabul. Abbiamo fatto alcuni lavori che appartengono alla quotidiana manutenzione/ristrutturazione di ogni ospedale: dal dotare i letti dei reparti di degenza di ruote per poterli movimentare senza creare disagi ai pazienti, alle manutenzioni elettriche e meccaniche, al rifacimento e adeguamento del laboratorio di analisi.

L’ospedale di Emergency a Kabul è nel centro della città. Una città che contava fino a qualche anno fa seicentomila abitanti oggi ne contiene quasi 6 milioni: tutti gli sfollati interni si sono riversati nella capitale pensando a una vita migliore e finendo invece in un girone infernale fatto di sporcizia e miseria, di ripari improvvisati, di paura e di sofferenze indicibili.  C’è un traffico assurdo, inimmaginabile, un inquinamento e una polvere che a fatica ti fanno respirare, elicotteri che girano sopra la testa giorno e notte, posti di blocco ovunque, militari afghani e polizia, sirene che annunciano ambulanze e armi, tante armi, in mano a chiunque. Immerso in tutto questo, come una bolla di umanità, il nostro ospedale. All’interno delle sue mura quasi non senti i rumori esterni e vedere letti e carrozzelle di pazienti, di bambini fuori al sole del giardino ti fa capire come per ritornare a essere solamente persone, esseri umani, basti poi poco.

Anabah è invece un villaggio nella valle del Panshir: quando stai per entrare nella valle arrivando da Kabul ti trovi di fronte ad un paesaggio mozzafiato, a destra l’impetuoso scorrere del fiume Panshir in mezzo a gole profonde e poi ti si apre di fronte la vallata incastonata in mezzo a montagne brulle e bellissime. Un paesaggio incredibilmente bello che ti accompagna fino al nostro ospedale che sorge sul crinale di una montagna. Rimani stupito da tanta bellezza e vorresti correre o passeggiare in mezzo a queste montagne, ma non puoi, almeno tu: sono ancora infestate da mine o altri ordigni vari. Ci sono resti di guerra ovunque, eppure ti sembra di essere in un mondo di tranquillità e di calma alpina. L’ospedale è bellissimo con tutti i sui fiori e le costruzioni così giuste per quel luogo. C’è poi la nuova maternità. Sembra di essere in una maternità ultramoderna di una qualsiasi capitale europea: 700 parti al mese e il riappropriarsi da parte di queste donne di un diritto a loro negato, partorire in sicurezza per loro e per i loro bambini. Lo staff locale fatto di tante donne che hanno potuto e voluto ad ogni costo affermare il loro diritto di essere parte attiva di un futuro paese senza discriminazioni.

Lashkar-gah è in mezzo alla provincia dell’Helmand, famosa per essere la prima per la produzione di oppio e per l’ultra decennale sfida tra esercito afgano e coalizione contro il predominio dei talebani. Arrivi su un piccolo aereo ad elica e ti vedi passare sotto montagne con cime innevate seguite dal deserto con il fiume Helmand che serpeggia in mezzo alla striscia verde delle coltivazioni. Il paesaggio pare essere di campagna, tantissima sabbia e… guerra. L’ospedale anche qui è una bolla in mezzo a tanta devastazione, giardini verdissimi in mezzo al deserto e rose: le rose di Lashkar-gah sono davvero speciali. Reparti che funzionano a pieno ritmo e uno staff locale che vuole essere il futuro di questa regione martoriata.

Come è accolto il lavoro di Emergency dalla popolazione locale?

Dire bene è senza dubbio riduttivo. Tutti ci conoscono e sanno cosa siamo li a fare. La riconoscenza nei nostri confronti è a dir poco commovente, talvolta dimostrata anche con gesti impensabili ed inaspettati in un simile contesto. La percezione che loro hanno di noi è esattamente quella che vogliamo trasmettere: siamo lì con il solo scopo di curare quante più persone possibili senza nessun tipo di distinzione e senza secondi fini. Tutti sono estremamente riconoscenti e cordiali con noi, tutto lo staff nazionale è orgoglioso di lavorare con noi e c’è grande impegno per migliorarsi e per essere davvero una risorsa per il paese. Alcuni fanno enormi sacrifici per poter studiare, per arrivare sul loro posto di lavoro, per affermarsi, se donne, in un ruolo che normalmente è loro precluso, per rendersi utili anche se la guerra ha tolto loro qualche pezzo. Spesso ti ritrovi incredulo di fronte a quanto l’orgoglio e la tenacia di questo popolo riesce a fare nonostante tutto.

Riguardo alla guerra, noi ne sentiamo parlare spesso, ma non abbiamo mai vissuto questa esperienza in prima persona. Tu l’hai potuta “vedere coi tuoi occhi”: quali sono state le tue impressioni?

Come ho detto prima forse la devastazione strutturale è la meno peggio delle cose. Il peggio è l’imbruttimento delle persone, la violenza ovunque e su chiunque senza nessuna distinzione. Capisci il vero significato di “in guerra vale tutto”. Lo capisci e lo vedi: uomini, donne, bambini … troppi bambini. Ti rendi conto di quanto il concetto di “esco di casa la mattina ma non so se ci tornerò la sera” sia la quotidiana realtà e non solo lo sfogo di qualcuno. Quando un uomo a cui chiedi perché ha messo al mondo dieci figli in un posto simile ti risponde che lo ha fatto perché su dieci almeno due vivranno e manderanno avanti la famiglia, ti senti stupido e lontano con i tuoi giudizi affrettati e le tue deboli certezze. E poi ti rendi conto di cosa significa avere accesso all’istruzione. Un paese dove la stragrande maggioranza è analfabeta non ha strumenti per reagire, per affermare diritti e per proporre cambiamenti. In questo terreno fertile fatto di ignoranza e brutalità si insinua di tutto: religione, discriminazione, sopraffazione e quanto il peggio può produrre. Un discorso a parte meriterebbe la situazione femminile, davvero incredibilmente sottomessa e succube di uomini senza scrupoli, forse talvolta solo ignoranti. Essere donna è una condizione ancora più pesante rispetto a tutte le altre. La guerra è uno schifo solo a nominarla: vederla e viverla è una cosa insopportabile per me, pensare che per tanti è la quotidianità mi rende insopportabile l’indifferenza a cui ci stiamo assuefacendo.

Emergency ha iniziato a lavorare in Afghanistan nel 1999. Da allora sono state curate più di cinque milioni e mezzo di persone: in un Paese di poco più di 30 milioni di abitanti, possiamo dire che una persona su 6 ha ricevuto il nostro aiuto. Se anche tu vuoi essere partecipe della nostra idea di pace, contribuisci a sostenere i nostri progetti: il tuo aiuto è fondamentale.

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PER POTERCI CHIAMARE “ESSERI UMANI”

Che cosa sappiamo veramente del fenomeno immigrazione? Chi sono i migranti? E chi sono i rifugiati? Quali sono i luoghi comuni con cui veniamo a contatto tutti i giorni? Rossella Miccio, presidente di Emergency, nell’ultimo numero della rivista trimestrale “Emergency” , prova a fare il punto sulla situazione, fornendo diversi spunti di riflessione. Vale la pena leggere il suo articolo.

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CENA D’AUTUNNO

Torna la tradizionale cena d’autunno per Emergency!! Vi aspettiamo numerosi: prenotatevi!!

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VI SIETE ACCORTI CHE TRA POCO PIÙ DI UN MESE SARÀ NATALE?

Quest’anno fai regali di pace con Emergency!

Visita il sito emergency.it e stai all’erta: a breve comunicheremo le date dei nostri banchetti natalizi!

Inoltre, dal 24 Novembre apriranno gli SPAZI DI NATALE in 14 città: Milano, Roma, Bologna, Brescia, Cagliari, Firenze, Genova, L’Aquila, Napoli, Padova, Perugia, Pisa, Torino, Trento.
Cerca l’indirizzo della tua città su eventi.emergency.it

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VUOI AIUTARCI CONCRETAMENTE?

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Fai la tessera di Emergency oppure diventa volontario.

 

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