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TARGET 214/2020: DÉJÀ VU

A volte sembra di avere a che fare con un disco rotto. Siamo alle solite: lo spettro della guerra si presenta a cadenza quasi regolare. Ogni volta, c’è chi si schiera a favore, c’è chi si dichiara contrario, c’è chi parla di guerra giusta e addirittura chi di “fare la guerra per portare la pace”: Emergency ha una posizione chiara, che non cambia col tempo. Ed è così per almeno due motivi. Il primo è che lo dice la nostra Costituzione: “Art. 11- L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E poi c’è il fatto, non da poco, che su certi argomenti non si scherza ed Emergency non ci ha mai scherzato: le idee su cui si fonda l’associazione sono semplici e poco travisabili, “EMERGENCY promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani”. 

Eppure, ancora una volta siamo a dovervi segnalare un nuovo comunicato stampa che ribadisca concetti triti e ritriti, ben comprensibili anche a un bambino.
Lo ha ricordato ancora Gino Strada, nell’intervista rilasciata a Propaganda Live di Venerdì 10 Gennaio: ci affidiamo alle sue parole che vi riportiamo qui di seguito.

È imbarazzante: noi non riusciamo ancora a concepire un mondo senza guerra.

Che si possa ammazzare qualcuno è un’assurdità di per sé, a mio avviso, che si possa ammazzarlo senza neanche un processo, un’accusa, una sentenza è impressionante per quanti anni siamo andati indietro: adesso siamo proprio nel caos.

Nei nostri ospedali vediamo da 25 anni che i civili sono il 90 per cento delle vittime.

La guerra piace solo a chi non la conosce. Non ho mai conosciuto una persona che abbia conosciuto la guerra e la apprezzi. Il problema è che la guerra rimane la prima risposta nel bagaglio dei potenti, dei politici, dei governanti, di chi ha la borsa del denaro in mano. E questo è drammatico. Abbiamo già visto nella storia come una guerra locale, regionale possa diventare globale. Abbiamo visto come una guerra iniziata con armi convenzionali possa finire con la bomba atomica. Quindi, ancora di più io sono sorpreso che ci sia questa accettazione della guerra come inevitabile. Penso sia ora di mobilitarsi per dire: Io sono contro la guerra. Che sia la guerra contro i nostri nemici, che poi variano di volta in volta, o che sia la guerra contro il pianeta che abitiamo.

Come cittadino, io non mi sento di delegare a nessun governo, di nessun colore e di nessun tipo, di prendere a nome mio la decisione di fare guerra”

“Ma tu pensi che qualora i cittadini venissero consultati sarebbero contrari alla guerra?”

“Assolutamente sì, sarebbe un plebiscito”.

Ci uniamo alle parole di ottimismo con cui si conclude l’intervista: il rischio sarebbe altrimenti quello di assuefarsi all’idea stessa della guerra e portarla nella nostra quotidianità, nei nostri comportamenti, nelle nostre relazioni con gli altri, cosa che costituirebbe la vera regressione di tutto il genere umano.

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LA MEMORIA E L’INDIFFERENZA

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Il 27 gennaio si celebrerà la Giornata della Memoria, istituita per ricordare alle nuove generazioni e a quelle future il dramma dell’Olocausto e la morte di milioni di persone, causata da un’ideologia folle che prese piede in Europa e provocò uno sterminio di massa basato sulla razza di appartenenza, sulla fede praticata, sulle malattie o le disabilità sofferte.
Ogni anno tale giornata è vissuta come ricordo e come monito affinché una cosa simile non si ripeta mai
più, ma quanto realmente fa presa sulle coscienze degli individui?
Quanti comprendono realmente che, per quanto riteniamo la nostra società evoluta, civile e rispettosa dei diritti umani più di quella in cui nacquero e si svilupparono fascismo e razzismo e, a seguire, le persecuzioni, la guardia va tenuta sempre alta?
Sempre più di frequente ci troviamo di fronte a segnali preoccupanti come la legittimazione, in nome della libertà d’espressione e della democrazia, di atteggiamenti e comportamenti che si rifanno alle ideologie fasciste e naziste, che condannano -e spesso perseguitano- la diversità in ogni sua forma: d’origine, di culto, sessuale.
Eppure, anziché condannarli senza se e senza ma, minimizziamo o, peggio ancora ci voltiamo dall’altra
parte. La domanda è: perché? Perché ci voltiamo?
Perché ci riteniamo al sicuro, perché riteniamo che leggi e normative ci proteggano a sufficienza dal ritorno di un passato che definiamo oscuro, violento e orrendo? O perché, se non ci toccano, non ci riguardano?
Ascoltando – e ricordando- quanto raccontato dai superstiti dei campi di sterminio, come ad esempio dalla Senatrice Segre che da anni si prodiga per coltivare la memoria e trasmetterla ai più giovani, è proprio grazie all’indifferenza che è nata l’ideologia più distruttiva del secolo scorso, si è diffusa, ha acquisito potere ed è diventata un pensiero comune, normale. Si reagì con indifferenza alle leggi razziali che escludevano gli ebrei da molti aspetti della vita sociale, si reagì con indifferenza al fatto che fossero spogliati di diritti e proprietà, e la stessa indifferenza -salvo eroiche eccezioni- fu la sola reazione dinanzi alle deportazioni di massa, ai campi di sterminio, alle notizie di torture e assassini.
Disinteresse, minimizzazione, negazione.
La lezione della Seconda Guerra mondiale, e della pratica della guerra in generale come via per la
risoluzione delle controversie, non solo non è ricordata, ma nemmeno è stata consapevolizzata e imparata. Diritti stabiliti con fermezza e convinzione, proclamati all’indomani della fine del conflitto, dichiarati universalmente validi per qualunque individuo in quanto tale sono, oggi, pericolosamente messi in discussione se non talvolta negati.
I diritti diventano privilegi se attribuiti solo a taluni. Se espressioni come “appartenenza”, “identità”, “difesa delle tradizioni” vengono poste in antitesi con “uguaglianza” “accoglienza” “integrazione”, se diritti che dovrebbero essere garantiti a tutti dipendono da dove si è nati, da cosa si ha alle spalle, dal Dio che si prega o semplicemente dal colore della propria pelle, qualcosa nell’ingranaggio della Memoria si è inceppato.
Se restiamo indifferenti di fronte a questo, la Memoria ha perso valore.
Il 2020, iniziato da una manciata di giorni, è cominciato con lo scontro USA-Iran in cui l’abbattimento di un aereo di linea è stato definito “un errore”, con l’esodo di migranti libici che si sommano a coloro i quali da mesi rischiano la vita attraversando il Mediterraneo, con l’ennesimo naufragio al largo della Grecia, con la notizia di un quattordicenne morto congelato nel carrello di un aereo, nel disperato, ingenuo desiderio di fuggire verso una vita migliore.
Come ci hanno lasciato questi avvenimenti?
Forse attoniti e atterriti davanti ai proclami di guerra dei “grandi della terra”, ma poi…?
Le vite sparite in fondo al mare, la speranza che spinge alla disperazione, cosa hanno provocato in noi?
Indifferenza, magari una punta di fastidio se qualcuno di questi disperati è stato tratto in salvo, sia mai che ce lo dobbiamo accollare.
La giornata della Memoria non è -non dovrebbe essere- solo il ricordo e il ripudio di ciò che è stato, ma
alimentare la volontà che l’orrore non ritorni e la consapevolezza che ci sono segnali netti che la Memoria
che vogliamo difendere si sta affievolendo e tutto ci scivola addosso.

Ricordiamocelo, il 27 gennaio.

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