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TARGET 95/2017 – COLTIVIAMO L’UMANITÀ

Scrivere una newsletter mensile, da qualche tempo in qua, ci sembra sia diventato simile ad aggiornare un bollettino di guerra: una guerra che è quotidiana e diffusa, tante sono le parti del mondo coinvolte. Una guerra che è iniqua, poiché va a colpire, nella stragrande maggioranza dei casi, civili inermi (…). Una guerra combattuta secondo modalità molto diverse dal passato: non più eserciti e militari gli uni contro gli altri, ma fazioni definite in base all’appartenenza etnica o religiosa.
Solo pochi giorni fa, a un mese dall’ultimo attentato a Parigi sugli Champs Elysees, l’Europa è stata di nuovo colpita: questa volta a Manchester, al termine di un concerto pop. Una serata di gioia, allegria, spensieratezza si è trasformata in un incubo fatto di sangue e morte.
A rendere il tutto ancora più drammatico, il fatto che siano stati colpiti soprattutto giovanissimi, preadolescenti e adolescenti accorsi a sentire una delle loro cantanti preferite, che sono passati dal cantare a squarciagola all’urlare per la paura e il terrore. (…) Poche ore dopo, come prevede un macabro copione che ormai iniziamo a conoscere bene, la rivendicazione da parte dell’ISIS e un altro appello a colpire senza pietà gli infedeli.
Un altro passo di un copione che ormai sta diventando troppo conosciuto è stato l’alzarsi del coro di coloro i quali di nuovo hanno identificato Islam e terrorismo, in modo assoluto, senza né se né ma, invocando una volta di più chiusure di frontiere, espulsioni di massa, costruzioni di muri. (…)
E se in Europa la guerra è “a singhiozzo”, con attentati che si ripetono con una cadenza inquietante e un’imprevedibilità che lascia attoniti e ci fa sentire fragili e indifesi, in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria è una realtà quotidiana che non fa più notizia. (…) A una manciata di ore dalla notizia delle giovani vittime di Manchester, ecco arrivare la notizia di altre vittime civili nella Siria Centrale, al confine con l’Iraq: un raid notturno compiuto dalla coalizione anti-ISIS ha causato un centinaio di vittime, di cui quasi la metà sono bambini e adolescenti sotto i 16 anni. (…) E poi di nuovo, in una sequenza senza fine, attentati a Kabul e ancora a Londra.
Riflettendo su tutto questo, sul terrore dei giovani di Manchester e sull’infanzia o adolescenza negata dei ragazzini siriani, in fuga verso non si sa che cosa, senza prospettive sicure, viene da domandarsi non solo che futuro, ma che presente stiamo offrendo a quelli che saranno gli adulti di domani e che stanno crescendo in un clima di paura, violenza, diffidenza, odio, diritti negati. (…)
Di fronte a tante vite innocenti spazzate via o duramente segnate, davanti all’immobilità della politica internazionale o al suo muoversi solo con finalità legate al potere, davanti all’odio fomentato, nutrito e coltivato per un pugno di voti, la risposta deve essere solo e soltanto una: il restare umani.
Coltivare quell’umanità che nella maledetta notte di Manchester ha spinto i senzatetto che stazionavano al di fuori dell’Arena a correre in soccorso dei feriti, (…); l’umanità che ha fatto sì che tanti cittadini aprissero le loro porte a perfetti sconosciuti, (…); quella che ha fatto guidare gratis tutta la notte centinaia di tassisti, per portare in salvo più persone possibili (…).
Coltiviamo diritti, coltiviamo il senso di uguaglianza, di appartenenza, di fratellanza: è l’unica via per contrastare la barbarie di cui tutti siamo vittime, che ci vorrebbe chiusi in casa o guardinghi verso chiunque sia diverso da noi per credo, cultura, tradizione, provenienza.
Coltiviamo l’umanità e facciamo sì che chi oggi è un bambino e un ragazzino non la perda e anzi la viva come una sorta di faro guida, anche quando è privato di tutto.
Leggi l’articolo completo.

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LA MADRE DI TUTTE LE AUTOBOMBE

Così l’hanno definita.
“L’attentato del 31 maggio a Kabul è uno dei peggiori che ricordiamo dal 2001. Un’esplosione talmente forte da far cadere a terra alcune persone nel nostro ospedale, che si trova a circa 500 metri, e da fare danni alla struttura. Ma poco importa per quello, la priorità è stata fin dal primo momento curare i feriti.
I numeri sono enormi: solo da noi 76 pazienti ricoverati e operati, 7 morti all’arrivo e altri 4 che non ce l’hanno fatta – le loro ferite erano troppo gravi. Altri, i “più fortunati”, sono stati medicati in pronto soccorso e dimessi. Per tutta la giornata, davanti al nostro ospedale, un fiume di persone chiedeva informazioni sui propri cari: è ricoverato qui? Come sta? Ce la farà?
Ecco che cos’è la guerra. È odore di sangue, di feci, di urina. Sono i lamenti e le urla delle vittime, le lacrime dei loro cari, è doversi ritenere fortunati per aver riportato “solo ferite minori”. È cercare di vivere una vita quanto più normale possibile sapendo che da un momento all’altro tutto può trasformarsi in tragedia. Sono miliardi di euro spesi, per cosa? Per 15 anni di morti, feriti, vedove, orfani, sfollati e rifugiati, vite distrutte.
I nostri colleghi a Kabul hanno fatto uno sforzo gigantesco: senza mai fermarsi nemmeno per un attimo sono riusciti anche a trovare il tempo di tenerci aggiornati su cosa stava succedendo. E continueranno a curare le vittime anche oggi, e domani, e dopodomani, e il giorno dopo ancora, finché ci sarà bisogno.

La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”.

Emergency, 1 giugno 2017

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LA GUERRA È IL MIO NEMICO

EMERGENCY apre le preiscrizioni per la seconda edizione dell’evento dedicato agli studenti e insegnanti degli istituti superiori in collaborazione con l’agenzia di comunicazione Unisona.

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SAVE THE DATE

Stiamo per tornare!!

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