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Una finestra sul mondo di Emergency

Emergency opera da diversi anni in altri sei Paesi oltre all’Italia: Afghanistan, Iraq, Libia, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone e Sudan. L’associazione, nata per portare soccorso alle vittime civili in zone di guerra, nel tempo ha rivolto i suoi interventi anche al sostegno e alla cura delle popolazioni di Paesi caratterizzati da condizioni di povertà e scarsità di risorse economiche, con una diversificazione della tipologia delle strutture presenti a seconda delle necessità e dei bisogni più urgenti. Emergency, infatti, non gestisce solo ospedali in cui viene sempre più coinvolto e formato il personale locale, ma anche Posti di Primo Soccorso e centri di riabilitazione, con l’aggiunta di laboratori dove si realizzano le protesi usate da coloro che hanno subito gravi menomazioni fisiche e avviene un vero e proprio ricollocamento professionale e sociale della persona disabile.

Partendo dalla cura del paziente e andando oltre, quindi, si ha l’obiettivo di restituire dignità e autonomia all’individuo, rendere indipendenti medici e infermieri locali in modo che siano gradualmente nelle condizioni di gestire le varie strutture realizzate e contribuire anche a un cambiamento di tipo sociale, che vede come primo passo quello di coinvolgere le donne nella realtà lavorativa, formandole come ostetriche o infermiere ad esempio, anche in società in cui sono tendenzialmente lasciate ai margini e sempre dipendenti dalla famiglia d’origine o dall’uomo che sposano.

In Afghanistan Emergency è operativa fin dal 1999 e oggi gestisce un ospedale, due centri chirurgici e un centro di maternità cui fa capo una rete composta da numerosi posti di Primo Soccorso, dove i pazienti vengono sottoposti ai primi accertamenti e, qualora necessitino di ulteriori cure ed esami, vengono trasportati gratuitamente in ambulanza verso i centri maggiori.
Nel 1999 ad Anabah, nella valle del Panshir dove tutt’oggi la presenza di mine antiuomo è molto alta, una ex caserma è divenuta un centro chirurgico per le vittime di guerra, che nel tempo ha esteso i suoi criteri di ammissione alla chirurgia d’emergenza e d’elezione. Nel 2003 la struttura è stata ampliata con un Centro di maternità, l’unico gratuito e specializzato in tutta la regione, e un ambulatorio pediatrico. A Kabul un ex asilo bombardato, nel centro della città, è divenuto un ospedale. Nel 2002, d’intesa con il ministero della Sanità locale, l’ospedale aveva esteso la sua attività anche alle emergenze chirurgiche e traumatologiche, ma in conseguenza del peggioramento delle condizioni di sicurezza e dell’aumento dei feriti, dal 2010 i criteri di ammissione sono tornati a riguardare solo la chirurgia di guerra: attentati, scontri a fuoco, criminalità sono a oggi le principali cause dei ricoveri presso l’ospedale di Kabul. L’ospedale è dotato di un reparto di rianimazione completamente attrezzato e di un apparecchio per tomografie computerizzate, l’unico gratuito in tutto l’Afghanistan: questo rende la struttura la principale del Paese oltre ad essere un punto di riferimento per le cliniche che Emergency ha istituito all’interno degli orfanotrofi, del riformatorio giovanile e delle principali prigioni della città. Nel 2004 è stato aperto il Centro Chirurgico di Lashkar-gah i cui ambiti di intervento sono la chirurgia per vittime di guerra e la traumatologia: il 60% dei pazienti, infatti, è curato a causa di ferite da bombe, mine antiuomo e pallottole e oltre un terzo dei pazienti ha meno di 14 anni.
Sono trascorsi diciotto anni da quando Emergency ha iniziato le sue attività in Afghanistan e altri sedici sono passati dall’intervento militare internazionale che aveva come presunta finalità quella di assicurare la democrazia e la pace al Paese, eppure si è ben lontani dal poter dire che la situazione sia risolta e stabile.
Continuano gli scontri, le lotte fra i gruppi armati, gli attentati…è la quotidianità del popolo afghano, poiché –va sottolineato- le vittime sono principalmente civili (soprattutto donne e bambini) coinvolti loro malgrado in questo orrore che prosegue senza che ormai ci si faccia più caso, come se ci si fosse abituati ai bollettini che in modo asettico riportano il numero di morti e feriti (link alla pagina sull’attentato a Kabul).

In Iraq la principale emergenza riguarda le amputazioni conseguenti all’esplosioni di mine antiuomo, il successivo impianto di protesi, la cura di lesioni spinali e i percorsi di riabilitazione, in aggiunta alla cura dei profughi stanziati in diverse zone del territorio. Nel 1998 è stato creato il Centro di riabilitazione e reintegrazione sociale a Sulaimaniya, in Kurdistan. Oltre alla cura dei pazienti e all’applicazione di protesi, Emergency favorisce il loro reinserimento a livello sociale. Tra il 1995 e il 1998 si è resa necessaria la riapertura dell’ospedale di Choman, villaggio curdo sul confine tra Iran e Iraq, e di due centri chirurgici a Sulaimaniya ed Erbil successivamente ampliati con unità specializzate nel trattamento di ustioni e lesioni spinali, in cui i pazienti incorrevano a causa della presenza sul territorio di più di 10 milioni di mine antiuomo. In tutto l’Iraq, inoltre, sono attivi 22 Posti di primo soccorso per offrire cure tempestive e procedere poi al trasferimento nei centri più specializzati ed attrezzati. A partire dal 2005, raggiunta l’autonomia del programma, Emergency ha trasferito alle autorità sanitarie locali la gestione sia dei Centri chirurgici che dei Posti di primo soccorso, ora completamente integrati nel sistema sanitario nazionale. Dal 2014 viene altresì offerta assistenza sanitaria ai profughi iracheni e siriani in cinque campi tra le zone di Arbat e Kalar, mentre nel 2015 sono iniziate le attività del nuovo Centro sanitario di Tazade e di Ashti. Sempre ad Ashti, a causa dell’estensione del campo profughi, è stato allestito un secondo Centro sanitario del campo. Il nostro staff ha inoltre offerto il suo supporto presso il Centro di Aliawa, fino al completamento del passaggio di consegne con le autorità sanitarie locali, nel febbraio 2015.

In Libia, con l’inizio del conflitto nel 2011, il personale sanitario straniero ha abbandonato il Paese e la gran parte della classe medica è fuggita o è stata sollevata dai propri incarichi. La riduzione dell’esportazione del petrolio e il conseguente crollo del sistema finanziario hanno distrutto l’economia del Paese, il che ha comportato una drastica riduzione dei fondi destinati alla sanità. Il progressivo peggioramento delle condizioni di sicurezza, inoltre, rende difficile alla popolazione l’accesso alle cure in diverse zone e anche la cura dei feriti non può essere garantita. Emergency ha dapprima fornito un supporto attraverso team specializzati in chirurgia di guerra al Hikmat Hospital e al Zarrok Field Hospital di Misurata, nel 2011. Successivamente il ministero della Sanità del governo di Tobruk, ha richiesto il nostro intervento per la cura dei feriti dei conflitti nelle zone di Bengasi e Derna fra le milizie dell’Isis e le forze governative, mettendoci a disposizione una struttura ospedaliera a Gernada. L’ospedale è operativo dal 2015 e composto da due sale operatorie, una sala X-ray, una terapia intensiva, un laboratorio e il pronto soccorso, oltre a 18 posti letto. Lo staff internazionale segue anche la formazione del personale locale, con l’obiettivo di raggiungere una piena autonomia operativa. Al fine di mantenere una posizione di piena neutralità, si sono avviati anche contatti con le autorità di Zintane e Misurata, fornendo scorte di medicinali come richiesti.
La struttura di Emergency a Gernada è di piccole dimensioni e lavora a pieno ritmo, accogliendo feriti che arrivano da varie zone del Paese dopo aver ricevuto le prime sommarie cure negli ospedali libici ancora funzionanti. Possono essere combattenti dell’esercito di Haftar, miliziani dell’ISIS o semplici civili che non possono più contare sul sistema sanitario nazionale nonostante le strutture siano ancora presenti e i dirigenti imposti dall’ISIS vengano retribuiti mentre al contempo, però, bloccano i fondi per la sanità.
Il nostro personale ci ha raccontato di quanto sia difficile lavorare in Libia: è complesso assicurare il regolare rifornimento di medicinali e persino di biancheria poiché i fornitori non rispettano gli ordini o le scorte vengono bloccate nei porti tunisini, le ambulanze possono circolare solo con permessi militari, non si ha un interlocutore ufficiale con cui confrontarsi e coordinarsi, le responsabilità non sono definite ma al contrario rimbalzate tra i burocrati dei due parlamenti e gli inviati ONU.
È un contesto di guerra “atipico”: con più forze che si contrappongono sia sul piano militare che su quello politico e nessuna certezza sugli equilibri che si potranno venire a creare.

La Repubblica Centrafricana, secondo la graduatoria dell’indice di sviluppo umano, è al 180esimo posto su 186 Paesi, la speranza di vita è di soli 48 anni e il tasso di mortalità infantile è di 112 bambini ogni 1000. La guerra che ha destabilizzato il Paese e che prosegue ormai da anni, ha ulteriormente peggiorato le generali condizioni economiche, sociali e sanitarie. Il Centro Pediatrico di Bangui, aperto nel 2009, è attivo ventiquattrore su ventiquattro e offre assistenza sanitaria ai bambini fino ai 14 anni e educazione igienico-sanitaria alle loro famiglie. Il Centro è attrezzato con un ambulatorio cardochirurgico dove, periodicamente, personale internazionale specializzato effettua lo screening di bambini e adulti cardiopatici da trasferire, gratuitamente, al Centro Salam di Kharthoum per gli interventi di cardiochirurgia. Dopo gli interventi, i pazienti possono essere controllati direttamente a Bangui, ricevendo anche i farmaci di cui necessitano. Dal 2013, su richiesta delle autorità locali, un team di Emergency lavora presso il Complexe pédiatrique, l’ospedale pediatrico pubblico: sono state riattivate le due sale operatorie per poter effettuare interventi di chirurgia di guerra, chirurgia generale e ortopedica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, inoltre, ci ha chiesto di adoperarci per consentire la riapertura della Banca del sangue locale, le cui attività erano divenute problematiche per via della guerra. Due nostri laboratoristi hanno formato il personale locale all’utilizzo di nuove strumentazioni e riorganizzato la campagna di raccolta e distribuzione del sangue, che è tornato a essere presente in tutti gli ospedali con migliori standard di qualità e sicurezza.
Il gruppo Emergency di Busto Arsizio, così come il Coordinamento del Nord-Ovest, ha “adottato” il Centro Pediatrico di Bangui: tutti i fondi raccolti dalle attività svolte e dalle varie iniziative organizzate, vengono infatti donati a questo progetto.

In Sierra Leone, Emergency è presente sin dal 2001, anno in cui è terminata la guerra civile che ha portato alla distruzione delle già scarse infrastrutture sanitarie. Il tasso di mortalità infantile del Paese era fino al 2007 il più alto del mondo, causato dalla diffusione di malaria, diarrea, malnutrizione e infezioni di vario genere.
Nel 2001 si è aperto il Centro chirurgico di Goderich, destinato in un primo momento alle vittime di guerra e in seguito ampliato per poter curare anche pazienti ortopedici e far fronte a tutte le varie emergenze chirurgiche. L’anno successivo è stato costruito il Centro pediatrico che visita circa 1300 bambini ogni mese. Il Centro di Goderich, con l’esplosione dell’epidemia di Ebola nel 2014 e in seguito alla chiusura delle strutture pubbliche e private per carenza di personale, è divenuto l’unico punto di riferimento a livello sanitario per la popolazione. Per accogliere i pazienti infetti e limitare il contagio, è stato allestito un apposito Centro per la cura dei malati di Ebola, divenuto poi centro di isolamento, a Lakka, potenziato poi dall’apertura di un Posto di primo soccorso a Waterloo e un Centro di cura di 100 posti a Goderich. Tutti e tre i centri, una volta passato il picco dell’epidemia, hanno cessato la loro attività, ma Emergency è comunque coinvolta nella realizzazione dei progetti di ricerca “EbolaMoDRAD” e “FILODIAG” finanziati dalla Commissione Europa. Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 sono iniziate le attività di altri Posti di primo soccorso a Lokomasama e a Kissi Town.
L’esperienza Ebola ha dimostrato come, dinanzi a un’emergenza sanitaria gravissima e pur avendo pochissime risorse a disposizione, la collaborazione, la rapidità nel prendere decisioni e attuarle, l’impegno costante di medici e infermieri che hanno rischiato la loro stessa vita hanno consentito dapprima di arginare il rischio di un’epidemia e, gradualmente, portato al totale debellamento del virus.

In Sudan, l’aspettativa di vita è di 55 anni, la mortalità infantile sotto i 5 anni raggiunge il 107 per mille e metà della popolazione non può accedere ai farmaci. La situazione è ulteriormente complicata dalla scarsità di personale (16 medici ogni 100.000 abitanti) e il Rapporto del programma di Sviluppo dell’ONU lo colloca al 171esimo posto su 186 Paesi nella graduatoria dell’indice di sviluppo umano. Emergency è arrivata in Sudan nel 2004, con un primo intervento nel Nord Darfur, in sostegno degli ospedali di Mellit e Fashir. Nel 2005 è stato aperto il Centro pediatrico per offrire assistenza gratuita ai bambini del campo profughi di Mayo. Dal 2007, nei pressi di Khartoum, è attivo il Centro regionale di cardiochirurgia Salam: offre assistenza altamente specializzata e gratuita a pazienti provenienti sia dal Sudan che dai Paesi confinanti e per gli standard di qualità e avanguardia è assolutamente paragonabile ai migliori centri del mondo occidentale. Il Centro è collegato a cliniche sparse per la regione in cui viene offerta assistenza pediatrica e effettuati screening e follow-up post operatori dei pazienti. In particolare, vengono seguiti pazienti affetti da patologie cardiache, soprattutto malformazioni congenite e patologie valvolari causate da febbri reumatiche. È interamente gestito da Emergency, sia dal punto di vista clinico che da quello amministrativo; il personale internazionale segue la formazione dello staff locale al fine di garantire alti livelli di cura e il miglioramento della sua professionalità. Il collegamento con vari centri pediatrici dei Paesi confinanti è volto a favorire, attraverso una collaborazione sanitaria, i rapporti in una regione messa alla prova da decenni di conflitti interni. Nel 2010 hanno preso il via le attività del Centro pediatrico di Nyala, che in precedenza offriva cure ai bambini fino ai 14 anni e corsi di educazione igienico-sanitaria alle loro famiglie. Purtroppo le condizioni di sicurezza sono venute meno e il centro è stato chiuso un anno dopo. A fine 2011 il Centro Pediatrico di Port Sudan, nel Mar Rosso, ha iniziato ad accogliere i primi pazienti.

Questa lunga carrellata dà un’idea di quanto sia impegnativa, onerosa e diversificata l’attività di Emergency a seconda di zone, urgenze, necessità e problematiche che ci si trova ad affrontare.
Dalla chirurgia di guerra durante conflitti in atto, alla cura di vittime civili che dopo anni si trovano a pagarne il prezzo a causa delle mine antiuomo lasciate sui territori non bonificati, alla lotta contro epidemie improvvise e violente come nel caso di Ebola, fino alla gestione di emergenze sanitarie dovute a povertà, malnutrizione o patologie croniche, alimentate da tassi di sviluppo molto bassi.
In ciascuno dei suoi ospedali Emergency fornisce non solo cure gratuite e di alta qualità, non solo strutture all’avanguardia e personale formato con competenza e periodicamente aggiornato, ma anche la speranza, oltre che di guarigione, di una vita diversa improntata sulla dignità personale, sull’autonomia, sul valore dell’individuo, che questo significhi essere assistito nel migliore dei modi, riprendere un’esistenza in maniera autosufficiente, realizzarsi nel lavoro aiutando il proprio Paese magari fra le mura di quelle stesse strutture in cui si è stati curati, si è seguita la seguita la riabilitazione o ricevuta una protesi, sviluppando altresì uno spirito di collaborazione e reciproco aiuto sia tra le persone che tra gli Stati.

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