UNA RIVOLUZIONE CULTURALE E DI PENSIERO

All’indomani delle stragi di Parigi, nel novembre 2015, si era detto: “Mai più!”.

Attoniti, spaventati, sconvolti, ci eravamo uniti con un corale “Je suis Paris” contro la violenza, il fanatismo, rivendicando la nostra libertà, il nostro desiderio di vivere senza paura, la nostra intenzione di non piegarci né rinunciare ai nostri valori e alla nostra cultura.

Quattro mesi dopo, in un’anonima mattina di primavera, siamo stati messi di fronte allo stesso orrore, allo stesso smarrimento, alla stessa sensazione di sentirci fragili, indifesi, vulnerabili, alla mercé di folli le cui azioni assassine non sono –a quanto pare- prevedibili. Bruxelles, simbolo dell’Europa unita così come Parigi era simbolo dei valori di democrazia e libertà alla base della nostra civiltà, è stata brutalmente colpita e le vite di persone comuni sono state spazzate via, stravolte, in una manciata di minuti. La reazione, immediata e comprensibile, è stata di nuovo quella di contrapporre un “noi” preciso e circostanziato, a un “loro” indefinito e confuso, di identificare Islam e terrorismo, di invocare la chiusura delle frontiere, respingendo e rifiutando tutto ciò che proviene dall’esterno e in questo momento è visto come un pericolo.

È una reazione istintiva: chiunque riceva uno schiaffo secco e improvviso, si ritrae, si ripiega su se stesso, cerca di proteggersi come può. Ma, appunto, è una reazione di pancia, mentre oggi più che mai occorre fare appello alla ragione e lasciarsi guidare da essa. Ancora una volta occorre porsi delle domande, interrogarsi, riflettere su ciò che sta accadendo, comprendere le dinamiche e i meccanismi che ci sono dietro, sottolineando che voler capire non equivale a giustificare l’ingiustificabile, che parlare di diritti non significa cancellare doveri e regole.

Siamo in guerra, si dice. Ed è vero. È tristemente e drammaticamente vero.

Una guerra diversa, concettualmente, da quelle che abbiamo conosciuto fino ad oggi; dove non c’è la contrapposizione di due o più schieramenti individuabili con chiarezza, in un territorio ben delimitato e con degli obiettivi –economici o strategici- chiari e dichiarati. Non è nemmeno una guerra di religione o fra culture, come troppo spesso si ripete, poiché le vittime delle stragi sono civili, indistintamente colpiti a prescindere dalla loro origine o dal loro credo. Eppure lo dimentichiamo facilmente. Agli attentati di Bruxelles ne sono seguiti altri due: in Iraq, durante una partita di pallone, e in Pakistan, a Lahore, presso un parco di divertimenti ed è drammatico notare che la notizia è passata quasi in silenzio rispetto alle lunghe dirette riservate agli eventi europei.

È una guerra, dunque, contro tutto ciò che è vita, gioia, libertà, normalità; è una guerra combattuta con la strategia del terrore, del farci sentire perennemente in pericolo, al fine di affermare un potere oscuro, manipolatorio e che trova la sua linfa nel fanatismo. Dobbiamo necessariamente chiederci chi arma questo potere, chi lo finanzia, a chi fa comodo la destabilizzazione che crea, l’odio razziale e le divisioni che provoca. Dobbiamo considerarci tutti vittime potenziali, a prescindere dal Dio in cui preghiamo o da dove viviamo. Dobbiamo, inoltre, partire dalle origini, dalle cause e ribadire la necessità di una politica internazionale unita, che non basi le sue azioni sull’ennesimo intervento militare alla cieca, contro un nemico che è ovunque e non facilmente individuabile, evitando il ripetersi di altri “danni collaterali”, espressione orrenda e asettica che sta a significare la morte di migliaia di civili innocenti esattamente come quelli morti nelle “nostre” città.

È difficile parlare di diritti, di democrazia, di integrazione e accoglienza, in questo momento storico? Sì, lo è, anzi: ribadirne l’assoluta necessità scatena il più delle volte rifiuto, poiché erroneamente si pensa che possano renderci ancora più vulnerabili o che siano “immeritati”, alla luce di ciò che accade, e persino inutili. I fatti di Parigi e Bruxelles, tuttavia, hanno dimostrato che la mancanza di una politica di integrazione, la ghettizzazione su base etnica e religiosa, il porre gli individui ai margini della società civile, non fa che offrire al fanatismo nuovi adepti, martiri disposti a immolarsi contro quel nemico che si crede sia l’Occidente anche nel momento in cui in quell’Occidente si è cresciuti, si è studiato, si vive e si lavora. Finché in ogni essere umano non sarà radicata la convinzione dell’unicità, della preziosità, dell’inviolabilità della vita umana, senza alcuna distinzione, finché non riconosceremo nell’altro, sempre e comunque, un nostro simile a cui mai potremmo fare del male, anche se ci separano differenze di credo e cultura, ci sarà sempre qualcuno disposto a diventare uno strumento di morte, che non riconosce valore tanto alla sua esistenza quanto a quella altrui.

Se da un lato vi è l’innegabile e urgente necessità di potenziare le misure di sicurezza, di controllo e prevenzione, dall’altro vi è l’esigenza di innescare da parte della società civile una vera e propria rivoluzione culturale e di pensiero, che ricerchi un’alternativa alla guerra e riconosca nella pratica dei diritti, nella loro difesa e nella loro conoscenza, la via attraverso cui coltivare un comune senso di appartenenza a discapito delle divisioni e della loro strumentalizzazione. Senso di appartenenza che non può e non deve lasciarci indifferenti di fronte alla sorte di migliaia di migranti in fuga, diventati semplicemente oggetti di un baratto, in seguito all’accordo tra Ankara e l’Europa. Se l’intento era di evitare che i migranti usassero vie di fuga mettendo a rischio la loro vita e alimentando ciò che è divenuto un vero e proprio traffico di essere umani, il tutto si è tradotto nel decidere che chi raggiunge la Grecia illegalmente (ossia tutti, poiché non esistono alternative), debba essere rispedito indietro, avendo come unica alternativa il restare in Turchia. È inoltre previsto il ricollocamento di un massimo di 72.000 migranti sul suolo europeo –cifra inadeguata considerando che solo nei primi mesi del 2016 ne sono giunti il doppio- secondo il criterio “uno contro uno”: per ogni migrante rimpatriato, uno sarà ammesso: ma chi ha provato a fuggire illegalmente sarà automaticamente escluso e i ricollocamenti inizieranno quando sarà raggiunto un uguale numero di respinti.

L’Europa ha così demandato completamente la gestione del problema dei profughi alla Turchia, senza specificare il meccanismo di attuazione, e Ankara ha ottenuto la riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea, oltre a 6 miliardi di euro che non è chiaro in che modo verranno utilizzati. Centinaia di migliaia di disperati che fuggono da guerre, frutto anche delle nostre politiche internazionali, sono diventati merce di scambio, né più né meno, e sono ora destinati o a tornare dai luoghi da cui sono scappati a rischio della loro stessa vita, o a rimanere a tempo indeterminato in Turchia, Paese non certo famoso per la garanzia e il rispetto dei diritti umani, in attesa che venga loro permesso di entrare in Europa. Uno scaricabarile vergognoso e assolutamente insensato che avrà come primissimo risultato quello di gonfiare a dismisura il numero delle persone presenti nei campi profughi, oggi gestiti in modo assolutamente indegno, e come probabile conseguenza l’aumento di ribellioni, scontri e violenze per proseguire verso l’Europa.

Una politica internazionale più responsabile, lungimirante e rispettosa dei diritti universali su cui la stessa Unione Europea si fonda, avrebbe potuto e dovuto affrontare la questione diversamente, utilizzando i fondi economici per creare corridoi umanitari sicuri, legali e controllati, oltre a un sistema di accoglienza più dignitoso e organizzato in Grecia, stremata dalla crisi e provata dai continui sbarchi degli ultimi mesi, e in Europa in generale.

A chi giova questo stato delle cose? Quella cui assistiamo è una sorta di reazione a catena che parte da azioni di governo sbagliate, a livello europeo e nazionale, e arriva fino alle amministrazioni minori, ripercuotendosi sui cittadini, sul loro quotidiano, sulla loro sicurezza. Il problema è nelle nostre città, dove il processo di integrazione, di educazione a diritti e doveri, non è mai stato realmente avviato e oggi ne vediamo le conseguenze; il problema è alle frontiere che noi chiudiamo pensando di metterci così al sicuro, ma che diventano invece ulteriori focolai di una violenza che, presto o tardi, esploderà.

Occorrono urgentemente risposte diverse, tanto dalla politica che deve rivedere parecchie delle sue scelte, incluse quelle riguardanti i rapporti economici con Paesi che appoggiano l’estremismo islamico, quanto dalla società che vive con l’impressione di assistere a un’invasione senza regole e controlli che la priva di risorse e sicurezza. Per questo è fondamentale ripartire dalle responsabilità europee, dalla dignità dell’individuo, dalla sua sicurezza e dal suo essere messo nelle condizioni di sentirsi parte attiva della società in cui entra a far parte, anziché vederla come ostile, lontana e avversa e, quindi, nemica.

Leggi l’appello di Emergency in seguito all’accordo tra Unione Europea e Turchia e il comunicato stampa riguardo agli sbarchi degli ultimi giorni.
Emergency ha inoltre aperto un centro sanitario in Iraq, nel campo profughi di Ashti.

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